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Ho letto questa frase, mentre giravo in bus per Roma in attesa di notizie da Luca
poi la notizia è arrivata...dopo una giornata passata a camminare per vie, monumenti, pur di far passare il tempo. Questa volta ce l'hai fatta! E non posso che essere orgogliosa di te! Il futuro sembra più vicino e più sereno.
Adesso sono troppo stanca per raccontare la bellezza di questi due giorni trascorsi a Roma, quando avrò tempo posterò alcune foto (quasi tutte made by japaneses, sono geniali con l'obiettivo).
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è un periodo incasinato...
Luca si trova a Roma per un concorso, io lo raggiungerò sabato. Sarà una buona occasione per staccare un po', mai come in questo momento ho bisogno/voglia di evadere. Anche lo studio sta diventando una distrazione. Mi sento catapultata troppo nel futuro, e ancora troppo radicata nel passato. Se facessi il famoso disegno dell'albero, avrebbe radici profonde, un tronco largo e una chioma folta. Io mi ritrovo così, in mezzo. Tra ciò che sono e ciò che potrei essere o vorrei essere. Se Luca dovesse vincere questo concorso, e me lo auguro di cuore, so che comincerebbero un po' di problemi logistici. Io qui almeno fino alla laurea, lui chissà dove per il corso. Non mi ero mai posta il problema di pensare ad un noi, di pensarci concretamente, superando la fase del progetto vagheggiato e lontano. Ho quasi 25 anni, ho quasi una laurea specialistica in tasca, potrei quasi sentire la necessità di crearmi una famiglia mia. Ma dove? Questo è il mio tarlo...immaginarmi tra uno o due anni a Torino, Bergamo, Pordenone o a Palermo, Reggio Calabria. Quando avevo 16 anni mi ripetevo di continuo che "da grande" avrei viaggiato, cambiato di continuo città, ora che si profila la possibilità cosa mi spaventa? sto regredendo? Dopotutto ho sempre sognato la famiglia multietnica, adesso ci sono: ci sono io mezza barese e mezza altamurana, Luca mezzo tarantino e mezzo leccese, magari i miei figli nasceranno all'estremo nord o estremo sud. Potremo sentirci italiani sul serio 
E infine un pensiero va al mio mitico nonnino, ha mostrato la sua tempra altamurana (ha la testa di pietra della Murgia) anche quando se l'è vista brutta.
PS. Se qualcuno ha visto l'ESTATE, può dirle di passare da casa mia? mia sorella è depressa...
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in questo momento avrei bisogno di un abbraccio
ma sta per arrivare il ragazzino del doloposcuola e non ho neanche il tempo per piangere
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Grande! Orgogliosa di te!
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Il treno è partito da qualche minuto, ridendo al telefono ti ho detto che questo mi sembrava un viaggio della speranza. Di speranze in effetti ne nutriamo tante. Spero che tu riesca a dormire questa notte, io so che non ci riuscirò, penserò all'assurdità di certi quesiti di geografia, penserò a te nella folla della Stazione Termini e poi seduto in un banco a giocarti in 60 minuti tutto ciò che abbiamo studiato insieme. Penserò a come potrebbe cambiare la nostra vita se tutto andasse nel verso giusto, penserò alle promesse che non ci siamo ancora fatti perché sappiamo che questo non è il tempo e non ci sono le possibilità per realizzarle, penserò ai progetti, al modo in cui potremmo essere NOI se la fortuna e il merito ci sorridessero almeno una volta.
Metticela tutta amore!
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Ho guardato sul vetro il riflesso del volto della ragazza seduta davanti a me, sembrava triste, suo padre ha messo la valigia nel portabagagli del bus e salutandola le ha detto "mi raccomando! apri gli occhi" lì mi è scappato un sorriso per quell'espressione così pugliese...poi però ho pensato alla preoccupazione di un genitore che vede la propria figlia o meglio "la sua bambina" partire ogni settimana per andare a studiare fuori. Ho dato uno sguardo in giro in quel bus e ho visto tanti volti che mi hanno dato l'impressione di essere malinconici. Forse erano solo stanchi, o annoiati, ma a me sembravano tristi. Ho sentito una frase di una conversazione al telefono "ma perchè? perché dobbiamo fare questo?" e sicuramente non aveva niente in comune con quello che stavo pensando io, però mi sono chiesta "perchè lo fanno? perché devono sdradicarsi dalla loro famiglia, dai loro amori, dalla loro città per potersi realizzare?". Mi sono sentita piccola, e incredibilmente fortunata...Io che sto a 7 km da Bari, io che ho un bus ogni ora, io che stavo tornando da una domenica "in trasferta" senza valigia, senza la preoccupazione dei miei genitori. Mentre attraversavamo il Ponte Puntapenna ho riguardato il vetro e ho visto il mar piccolo sulla destra e sulla sinistra una città ferita, la ruggine del porto menrcantile, le ciminiere dell' Ilva. Uno sfregio sul volto di una bella donna. Ci sarà stato un motivo se i Greci hanno scelto proprio quel luogo? Ed ora cosa ne resta? solo quelche cartello marrone per le informazioni turistiche, solo qualche pietra mostrata per strada. E il resto cos'è? Il dissesto, una città sfruttata, umiliata, ferita e ora abbandonata a sè stessa. Cosa resta del grandosio progetto di industrializzazione del meridione degli anni Sessanta? Cosa resta del triangolo industriale fantasma Bari, Taranto, Brindisi? Restano i rottami arrugginiti negli scali ferroviari, binari per i treni merce mai usati ricoperti dall'erba, montangne di materiale di scarto della lavorazione dell'acciaieria, tanta gente malata...
Ho pensato al paese nel quale abita Luca, una piccola oasi di campanilismo, una specie di grande famiglia, una posto dove tutto sembra incredibilmente lento e rilassato. Un posto fuori dal mondo. Mi piace la calma di queste ultime due domeniche, mi piace sapere che piaccio alla sua famiglia e che stiamo costruendo qualcosa. Trovo difficile parlare francamente di questo mio nuovo stato d'animo, di questa serenità che mi accompagna da due anni. Ha ragione il mio prof di letteratura inglese quando dice che i romanzi dell'Ottocento raccontano le peripezie, i casini, le sventure ma quando si arriva all'happy end il romanzo finisce perchè "la felicità è banale", in questo caso sverniciando la frase dal tocco grottesco sento di poter dire che quando si è felici si ha paura di sembrare banali. Ho letto alcuni post del mio vecchio blog, e tutta quella rabbia, quel parlarmi addosso, ora mi sembrano sfoghi di una persona che della vita non aveva visto niente. Ora che mi si è aperto un mondo, il nostro, ho capito che sono proprio le cose quotidiane, le più semplici, a renderci felici, e capisco perché gli autori dell'Ottocento non ci raccontino la felicità, non perchè sia banale, ma per non rovinarci la sorpresa.
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